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Silvia Godelli, Assessore regionale al Mediterraneo, Cultura e Turismo della Regione Puglia, in un’intervista di Enrico Mayrhofer (Conferenza delle Regioni Periferiche Marittime d’Europa), insiste sulla cooperazione e si dice fortemente a favore di una strategia macro-regionale per l’area Adriatico-Ionica inquadrata in una visione più larga per il Mediterraneo.


Assessore, dopo le esperienze del Baltico e del Danubio, quanto è importante oggi una strategia macro-regionale per l’Adriatico e lo Ionio?
Innanzitutto sarebbe necessario superare i grossi rischi di smembramento che sono oggi in corso all’interno della strategia adriatica. Lo sottolineo perché le regioni del Nord Italia tendono per via naturale e anche per via geografica a interfacciare solo con alcuni paesi dei Balcani occidentali. Le regioni del Mezzogiorno, invece, guardano ad altri paesi situati più a Sud, come per esempio l’Albania ed il Montenegro, con un risultato che genera, purtroppo, un serio rischio di spezzettamento. Tanto è vero che anche nelle convergenze sulla programmazione dello Strumento di Assistenza Preadesione (IPA) non è sempre facilissimo trovare dei punti di accordo e di intesa per lanciare delle prospettive strategiche. Ecco, diventa dunque necessario riaprire una discussione chiara e franca sulle interdipendenze che ci sono in area adriatico-ionica e che provengono dalla storia, dalla cultura e dall’economia comune. Tre fattori, questi, che ci spingono verso una politica di integrazione reale che comprenda l’intero bacino. Ma attenzione, quando parliamo di strategia macro-regionale è indubitabile che l’ottica complessiva non può che riguardare tutta l’aerea del Mediterraneo e non solo quella dell’Adriatico e dello Ionio. Ma allo stesso tempo è molto urgente ed indispensabile integrare l’area adriatico-ionica in modo da avere un segmento omogeneo in grado di far fronte alle vicende mediterranee che nel corso di queste ultime settimane hanno posto all’ordine del giorno una visione profondamente cambiata dello sviluppo, regionale o macro-regionale. Per questo, io credo che si debba fare un appello, alle regioni adriatiche, che siano orientali o occidentali, e a quelle dell’area ionica affinché costituiscano un primo tessuto coordinato e compatto dal punto di vista della proposizione politica e progettuale. Le tappe successive non potranno che essere una visione più larga in chiave mediterranea, ma questo richiederà un allineamento di forze in campo più complesso che implicherà la politica estera dei paesi, le scelte dell’UE sul post 2013 e anche la strategia 2020. Credo, dunque, che presentarsi in una forma più definita come arco adriatico-ionico, potrebbe facilitare le tappe future e ci aiuterebbe ad avere già una sorta di scalino per una escalation strategica a livello di Mediterraneo.

Bene tutte queste macro-regioni, ma non si rischia di lasciare queste strategie come delle scatole vuote? Lei, per esempio, come riempirebbe quella Adriatico-Ionica?
Io direi che per l’Adriatico siamo già pronti perché non solo come cooperazione territoriale, ovvero come IPA, c’è una esperienza comune, ma c’è anche una esperienza storica che è rappresentata dal periodo precedente e cioè da INTERREG. Ma quello che è importante, a mio avviso, è che ci sia anche una strategia di internazionalizzazione dei sistemi produttivi. Questo vale per le regioni del Settentrione nei confronti della Slovenia della Croazia e della Serbia e per le regioni del Mezzogiorno con l’Albania, il Montenegro e di nuovo la Croazia. Naturalmente con la Grecia le sinergie sono già sviluppate perché si tratta di un paese dell’UE. Ma andando poi verso Est, anche i rapporti con gli altri due paesi dell’Unione europea, ovvero la Romania e la Bulgaria, sono molto intensi dal punto di vista degli investimenti e degli scambi commerciali. In altri termini, c’è un tessuto che se pur ancora un po’ a mosaico, in quanto caratterizzato dalla diversa provenienza degli investitori, potrebbe assumere una configurazione più omogenea e significativa perché gli investimenti si moltiplicano in maniera geometrica e generano sempre di più una economia comune.

Pensa anche a una dotazione finanziaria?
Sì. Ovviamente lo strumento IPA è insufficiente e di questo io ne sono pienamente convinta. Si tratta a questo punto di attivare i fondi strutturali che dovrebbero andar oltre la distinzione tra convergenza e competitività come distinzione ferma e rigida, ma determinare una confluenza di convergenza e competitività. E penso anche allo strumento relativo alla formazione cioè il Fondo Sociale Europeo (FSE) che, tra l’altro, può essere un fondo particolarmente virtuoso per quel che riguarda la cooperazione istituzionale. Poi dobbiamo prevedere dei fondi ad hoc sull’innovazione. Un ambito, quest’ultimo, che purtroppo fino ad oggi non ha rappresentato una prospettiva prioritaria e di tipo strategico. Si tratta, insomma, di ripensare a tutto l’insieme della strategia post-2013 e agli stessi orizzonti 2020.

 

 

Fonte: CRPM.org