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“Fare rete con i Balcani occidentali per aiutare i paesi che ne fanno parte a uscire dall’instabilità e dal sottosviluppo, ma al tempo stesso instaurare con loro un rapporto preferenziale che alla fine si rivelerà vantaggioso: questa è la grande opportunità che si prospetta, oggi e per parecchi anni a venire, al nostro Mezzogiorno”. Filippo Maria Pandolfi, vicepresidente della Commissione europea con Delors, dopo essere stato più volte parlamentare e ministro, torna in questa intervista alla “Gazzetta dell’Economia” sulla proposta lanciata il 20 marzo a Napoli in occasione del convegno organizzato dal Cide e dall’Animi sul tema “Il Mezzogiorno d’Italia, ponte dell’Europa sul Mediterraneo”.

 

Presidente può illustrare il senso della sua proposta che a qualcuno potrebbe apparire come una provocazione nel momento in cui il Sud, dopo l’ingresso nell’Unione europea di paesi economicamente fragili, ha le scarpe piuttosto strette?

“Penso sia utile definire innanzitutto i termini politici prima che ancora economici della questione. L’area alla quale mi riferisco è il “buco nero” dell’Europa, l’unica regione dove la dissoluzione dell’Urss non è stata incruenta come altrove, ma è stata seguita – unica drammatica eccezione al mezzo secolo e passa di pace garantito dall’integrazione europea – da due conflitti in dieci anni ( nel ‘95 in Bosnia – Erzegovina, nel ’99 in Kosovo ) costati ben 200mila morti. Un prezzo altissimo per quelle popolazioni, ma anche per la credibilità dell’Unione europea come soggetto politico; un prezzo che il nostro continente non può e non deve più pagare. Per ragioni etiche , politiche ed economiche”.

 

In che senso?

“I Balcani Occidentali sono un’enclave di instabilità e di povertà in un continente dove un elevato livello di sicurezza e di benessere è consolidato o in via di raggiungimento. La regione ospita 24 milioni di abitanti il cui Pil pro capite è di appena 2500 dollari l’anno ( un sesto di quello del Mezzogiorno ), è circondata quasi completamente dai paesi membri dell’Unione europea ( l’Austria dal ’95, l’Ungheria e la Slovenia dal 2004 ) o alla vigilia dell’adesione ( Bulgaria e Romania ), ed è talmente instabile che è difficile persino dire se il numero degli Stati che la compongono oggi rimarrà uguale in tempi molto brevi”.

 

Perché?

“Attualmente gli Stati dei Balcani Occidentali sono cinque: la Croazia, l’ex Repubblica jugoslava di Macedonia ( candidate entrambe all’ingresso nell’UE ), alla Bosnia – Erzegovina, alla Serbia e all’Albania ( tre paesi con cui l’UE ha avviato o sta per avviare colloqui per accordi di stabilizzazione e associazione). Ma l’esito del referendum del 21 maggio sull’indipendenza del Montenegro dalla Serbia è incerto e restano sempre vive le aspirazioni autonomistiche del Kosovo. A seconda dell’evoluzione della situazione, questi cinque paesi potrebbero diventare sei o anche sette. Tutti comunque, quale che sarà la sistemazione definitiva della regione sono sempre dirimpettai dell’Italia e in particolare del Mezzogiorno”.

 

Vuol dire che le nostre regioni meridionali non possono trascurare questi “vicini di casa?

“Di più. Dico che non possono e non devono ignorare un’opportunità storica ( che in realtà alcune di esse hanno già cominciato a cogliere ): quella di creare le condizioni per essere considerate il primo approdo di questi “vicini di casa”.

 

Con quale obiettivo?

Di diventare il loro principale punto di riferimento aiutandoli nel loro percorso di crescita verso migliori condizioni di stabilità politica e di sviluppo economico. Di diventare insomma la porta d’accesso all’Europa”.

 

Ma in che modo?

“Offrendo da una parte, sul territorio italiano, una rete di infrastrutture e nodi logistici ( porti, interporti, aree industriali, collegamenti stradali e ferroviari ) e anche formazione professionale e universitaria. E dall’altra, a casa loro, consulenza imprenditoriale, assistenza tecnica e sostegno economico. Con in più il vantaggio di trovare intese per regolamentare l’immigrazione da quei Paesi”.

 

Con quali risorse se quelle oggi disponibili sono insufficienti per le esigenze del Mezzogiorno?

“Per quello che riguarda i Fondi strutturali si può far ricorso intanto all’obiettivo cooperazione territoriale, in cui rientrano i progetti congiunti fra aree contigue in grado di sviluppare interazione e sinergie. Possono essere utilizzate poi anche risorse destinate all’obiettivo convergenza. E infine fondi previsti dalla legislazione nazionale e da quelle regionali”.

 

Basteranno?

“Non lo so. Ma auspico che il sistema bancario meridionale possa aprirsi ai Balcani Occidentali ripercorrendo il tragitto di penetrazione che alcuni istituti di credito hanno già avviato verso i paesi dell’allargamento del 2004. E ricordo che questi sono i casi in cui si può fare ricorso alla Bers, la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo, che offrirebbe una garanzia in più”.

 

Ma quali vantaggi potrà ricavare il Mezzogiorno da un impegno nei Balcani Occidentali?

“Conquistare quei mercati una volta raggiunta la stabilità politica e avviata la crescita economica. Certo, sarà un processo lungo: durerà almeno dieci anni. Ma le premesse per il successo esistono già. Ora servono entusiasmo e voglia di scommettere”.  

di Oreste Barletta        

Fonte: La Gazzetta dell'Economia (pag. 2)