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Palestinesi e israeliani attorno allo stesso tavolo per sviluppare forme di collaborazione. L'occasione viene fornita dalla conferenza economica dal titolo "Agricoltura e Mediterraneo, dialogo di pace, cooperazione e sviluppo", che si terrà oggi, domani e venerdì nell'auditorium di San francesco della Scarpa.

L'iniziativa è promossa dalla Confederazione italiana agricoltori (Cia). Si tratta di un appuntamento di grande rilievo, nel corso del quale esperti e addetti al settore affronteranno i temi relativi all'agricoltura e al suo determinante ruolo nel contesto del Bacino del Mediterraneo. Si alterneranno autorevoli esponenti del governo, economisti, imprenditori, studiosi per dare vita a una vera e propria convention in grado di fornire risposte in vista dell'entrata in vigore dell'Area di libero scambio del 2010.
"La nostra agricoltura ha produzioni di eccellenza -rivela Giuseppe Politi, presidente nazionale della Cia- ma se i tempi di percorrenza sono a nostro svantaggio, le grandi direttrici europee est-ovest, senza nessun intervento per quelle sud-nord (corridoio 8), accentueranno, nel medio e nel lungo periodo, questo divario. Se non verrà corretta tale tendenza, le nostre produzioni, pur se apprezzate e di alta qualità, saranno inesorabilmente rinchiuse nella dimensione locale del mercato".
A partire dalle 15 di oggi, dopo i saluti di Vito Murrone, presidente della Cia di Lecce, Nichi Vendola, presidente della Regione, Giovanni Pellegrino, presidente della Provincia, Luigi Farace, presidente Unioncamere Puglia, si susseguiranno gli interventi di Giuseppe Politi, Paolo Guerrieri dell?università di Roma e vicepresidente dell'Istituto Affari istituzionali, Ezzedine Botrif della Fao, Giorgia Giovannetti, responsabile Ice, Gaetano Fierro, assessore all'Agricoltura della Regione basilicata, Corrado Giacomini dell'Università di Parma, Kyriakou Kiryacos, vice presidente Copa, Valerio Poi, vice presidente Fedagri-Confcooperative, VIto Savino, preside della facoltà di Agraria nell'Università di Bari, Arturo Semerari, presidente Ismea. Conclude Guido Tamperi, sottosegretario del ministero delle Politiche agricole.

Fonte: Gazzetta di Lecce (pag. 3)


«L'agricoltura deve fare i conti con i cambiamenti climatici che ormai sono sotto gli occhi di tutti e dobbiamo quindi adattare le nostre produzioni». Il presidente della Confederazione Italiana Agricoltori (CIA), Giuseppe Politi – a Lecce per la conferenza economica dell’organizzazione – non elude il tema dei cambiamenti climatici del pianeta riconoscendo che anche il settore primario deve fare i conti con una vera e propria variabile impazzita. Olivi, pomodori, grano duro, agrumi che crescono e si coltivano anche al di là delle Alpi. Intanto a Sud d’Europa aumentano i territori semi-aridi e la desertificazione e nei paesi del Bacino del Mediterraneo le produzioni rischiano di ridursi del 15-20%. È lo scenario apocalittico che può verificarsi a causa della maggiore concentrazione di Co2 e dell’aumento della siccità nei prossimi 30-40 anni. «Non possiamo pensare che semplicisticamente si parli di opportunità e magari che in regioni del Nord si possano produrre pomodori, grano duro e olive, che peraltro già si producono – fa notare Politi – allora al Sud che dovrà produrre datteri e banane? Stiamo attenti a non banalizzare un problema serissimo e che ha pesanti ricadute economiche a cominciare dall’utilizzo della risorsa acqua – fa notare ancora il presidente della CIa – non vorrei che la pioggia di questi giorni faccia passare in second’ordine l’emergenza idrica e magari poi ci troveremo con la siccità in estate», nel 2003 gli effetti della siccità provocarono nell’Ue danni per oltre11 miliardi di euro.

Del resto –è stato sottolineato nel corso della conferenza economica della CIA– si prevede che da oggi al 2100 la temperatura in Europa aumenterà anche di 6 gradi. Le proiezioni relative all’andamento delle precipitazioni mostrano un aumento dell’1-2 % per decennio, nell’Europa settentrionale ed una riduzione dell’1% nell’Europa meridionale (in estate il calo potrebbe raggiungere il 5%). Una diminuzione che produrrà conseguenze estremamente negative, come una maggiore frequenza di eventi siccitosi con un impatto considerevole sull'agricoltura e le risorse idriche. Tra il 2050 il 2100 -come rileva anche uno studio dell’Unione europea- molte colture, tipiche delle zone temperate, potrebbero «emigrare» al Nord, per esempio, vi potrebbero essere incrementi di resa tra il 9 e il 35% per il frumento entro il 2050, con un aumento di resa per ettaro nell’Europa di circa 1-3 tonnellate per ettaro, addirittura le regioni scandinave potrebbero beneficiare di un clima più mite con rese con un incremento di 3-4 tonnellate per ettaro. Viceversa sarebbero devastanti le conseguenze per l'Italia con un 35%del territorio «vulnerabile» alla desertificazione, con punte molto elevate in Sicilia, Sardegna e Puglia. . «Oramai è un dato di fatto – insiste ancora Politi - ci deve essere un uso più razionale dell’acqua, senza una sorta di competizione tra usi irrigui e usi potabili, c'è la necessità in Italia di un’authority specifica, non possiamo lasciarne la gestione ad una miriade di enti ferma restando l'autonomia territoriale. Se l’inquinamento climatico è determinato, come la scienza conferma, dall’inquinamento - aggiunge ancora Politi – l'agricoltura può dare il suo contributo per una soluzione del problema. Penso alle bionergie, e senza volerne enfatizzare gli effetti, per l'Italia ,che può vantare circa un milione di ettari a seminativi, si può prevedere un parziale utilizzo a fini energetici- conclude Politi – ci deve essere però la volontà politica, la convenienza economica e l’impegno delle aziende».

Fonte: Gazzetta on the web