Contenuto principale

Messaggio di avviso

Questo sito fa uso di cookie (tecnici e analitici ad essi assimilabili) per migliorare l'esperienza di navigazione degli utenti e per raccogliere informazioni sull'utilizzo del sito stesso. Oltre ai precedenti il presente sito contiene componenti di terze parti (Google maps, Facebook, Issuu, Twitter, Youtube) che utilizzano cookie di profilazione a fini pubblicitari per i quali è necessario prestare il consenso. Può conoscere i dettagli cliccando sul pulsante "Cookie Policy". Proseguendo nella navigazione nel sito si accetta l'uso di tutti i cookie di terze parti precedentemente elencati.

{mosimage}

Rohina e Qasim sono due ragazzi afghani di circa 20 anni. Rohina è una delle prime nove ragazze afghane che hanno potuto lasciare il paese e studiare in Italia.

Sono arrivati nel febbraio 2006 all’Università per Stranieri di Perugia insieme con altri 50 studenti borsisti stipendiati dal nostro Mae per un corso di lingua e cultura italiana. Con volo militare da Kabul, da Herat e da altre città della zona nord-orientale, un viaggio massacrante di 24 ore li ha strappati per un breve periodo al teatro di guerra in scena permanente, ormai da anni nel loro paese. A distanza di 4 anni la situazione dell’Afghanistan continua ad essere drammaticamente critica. Lo sapevamo e ce ne hanno dato conferma gli esiti della Conferenza di Pace organizzata dal Mae un mese fa alla Farnesina (Rule of Law in Afghanistan, 2 e 3 luglio 2007), con particolare riferimento alla ricostruzione giuridica del paese.

La Conferenza è stata occasione preziosa di incontro e confronto fra i paesi donatori e i rappresentanti afgani di quei settori che paiono nevralgici nel presente e nel futuro immediato (dalla Corte Suprema alle Università, oltre ovviamente a esponenti parlamentari e di governo), per l’avvio di un percorso concreto di stabilizzazione civile e sociale che guardi anche al futuro. Non è un caso fortuito che una sessione (Panel on Higher Legal Education and Professional Training) sia stata interamente dedicata alla formazione. Vi ha preso parte per presentare e discutere con i colleghi afgani e con i rappresentanti dei paesi donatori la proposta italiana nel settore dell’alta formazione destinata alle facoltà di Legge e Shari’a di Kabul, con il coinvolgimento di altri atenei delle province occidentali meridionali.

L’Italia, lo ricordo, è lead country nel settore giustizia dal 2002 e ha già prodotto risultati concreti sul campo. I presidi della facoltà di Legge e Shari’a dell’Università di Kabul hanno espresso con altrettanta chiarezza i bisogni urgenti e le manchevolezze di un sistema educativo dal cui funzionamento e dalla cui efficienza dipenderanno in ampia misura le sorti del paese, lì come altrove. Li riassumo: dare priorità assoluta alla formazione e all’aggiornamento dei docenti di diritto e della magistratura, progettare e realizzare programmi e curricula che prevedano contenuti ed esperienze internazionali per gli studenti, sul piano del continental law e delle lingue straniere (francese, tedesco e italiano). In una parola, l’Afghanistan chiede all’Italia, ai paesi donatori e agli organismi internazionali di non essere abbandonato, soprattutto sul fronte della pace e dell’istruzione.

Abbiamo risposto, grazie all’impegno discretamente profuso negli anni dai nostri migliori specialisti e ricercatori in campo giuridico (colleghi coinvolti nelle università di Perugina, Tor Vergata, Roma Tre e Luiss, a oggi) con l’idea di un progetto specifico di alta formazione che fa capo agli Stranieri di Perugina per l’organizzazione e il coordinamento didattico e che coinvolge il Consiglio Superiore della Magistratura: formare i futuri magistrati e i funzionari del settore Giustizia, concentrando la didattica frontale (540 ore più tirocini nelle sedi istituzionali italiane di riferimento) in macroaree disciplinari di base, dal diritto penale e processuale al diritto internazionale. Si punterà anche su una formazione linguistica e culturale che avvicini gli studenti al contesto educativo italiano e europeo.

L’idea ambiziosa è ancora una volta quella di attivare i canali della cooperazione interuniversitaria per trasmettere oltre ai contenuti scientifici e specialistici, anche e soprattutto valori e metodi educativi che aiutino nel ripristino di condizioni di sicurezza e di normalità. Il sistema educativo italiano e quello europeo offrono sempre più spesso e con casi di successo ormai frequenti, forma di progettazione comune e condivisa con i partners dei paesi beneficiari. Si tratta di un’alternativa più adeguata a contesti geopolitici ad alto tasso di conflittualità interna, se non di guerra vera e propria, rispetto alle ben note forme di imperialismo linguistico e culturale esercitate da altri paesi.

In questo come in altri casi, le nostre università tramite essenziale di relazioni culturali che vanno ben oltre gli stereotipi di inamidati colletti accademici distanti dal mondo reale. Penso ai proficui rapporti didattici e scientifici fra Italia e Sri Lanka dall’indomani della tragedia dello tsunami fino a oggi e alla collaborazione in corso fra la Conferenza dei Rettori delle Università italiane (Crui), il nostro governo e il governo turco, per progettare e costruire insieme la prima università italo-turca a Istanbul (…).

di Stefania Giannini

Fonte: il Riformista (pag. 7)