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Mostar è una città fantasma, il suo futuro sospeso nel nulla, come gran parte di quella gente che conosco. i giovani non sembrano avere nè possibilità nè voglia di immaginare il proprio avvenire e il tasso di tossicodipendenza è tra i più alti del paese. I bambini croati e musulmani vanno a scuola in edifici e classi separate: i primi seguono il programma scolastico della Croazia, i secondi quello della Bosnia Erzegovina. Mio suocero mi racconta delle 14 compagnie di teatro presenti nella città prima della guerra e del ruolo di Mostar com ecentro culturale del Sue Est Europa, ma parla al passato.
Nei Balcani avevo conosciuto Belgrado, Skopje e Sarajevo durante una breve missione di monitoraggio nell'anno precedente. Nessuno di quei territori aveva rievocato in me così intensamente le sensazioni provate davanti alla tv durante il conflitto nei primi anni '90. Non si trattava solo del Ponte Vecchio ancora avvolto dalle impalcature e in procinto di essere inaugurato, non di palazzi del boulevard martoriati dalle granate e dalle raffiche di proiettili. C'era qualcosa di immateriale che mi faceva percepire quanto forti fossero ancora le lacerazioni provocate nella gente. Oggi, dopo aver lavorato, vissuto e costruito la mia famiglia in Bosnia Erzegovina, sono forse in grado di dare qualche spiegazione alla strana sensazione provata. Dopo 12 anni dalla fine della guerra, la città, con quasi 100.000 abitanti, non ha ancora un cinema, mentre le compagnie teatrali, oltre a essere divise (come tutto il resto) tra croati e musulmani, sono quasi del tutto sparite o non operative.
La sfida della ricostruzione del dialogo e della pace nel Sud Est Europa deve passare da Mostar. E' questo l'obiettivo che mi pongo ogni giorno quando, per andare in ufficio, attraverso il "nuovo" Ponte Vecchio. Con Ucodep abbiamo concentrato l'attenzione sullo sviluppo rurale e sui giovani, nella convinzione che il recupero di un'identità trasversale basata sull'appartenenza ad un territorio geograficamente omogeneno, sulla comunanza dei prodotti tipici e sui comuni problemi dello sviluppo agricolo, possa in qualche modo mettere in secondo piano le identità religiose.

di Sorinel Ghetau
Ucodep di Arezzo
da Mostar (Bosnia Erzegovina)

Fonte: La Stampa (pag. 15)