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Rispunta anche Marwan Barghuti, il tribuno di Fatah condannato al carcere a vita in Israele con l'accusa d'aver istigato le violenze della seconda intifada, fra le centinaia di detenuti palestinesi in predicato d'essere scambiati con il soldato Ghilad Shalit, ostaggio da oltre tre anni degli integralisti di Hamas nella Striscia di Gaza. Scambio che il tam tam delle indiscrezioni continua a dare a portata di mano, malgrado la secchiata d'acqua fredda gettata oggi sul fuoco delle attese dal premier Benyamin Netanyahu.

''Gli sforzi per assicurare il rilascio di Ghilad Shalit sono in corso senza interruzioni'', ha confermato Netanyahu durante una riunione del suo partito (Likud, destra), aggiungendo tuttavia che le informazioni circolate in queste ore (con l'indicazione dell'ora X gia' fissata per venerdi' 27 o, al piu'
tardi, per la prossima settimana) ''non sono attendibili''. E che ''alcune di esse'' sono state anzi ''intenzionalmente distorte''. Un modo come un altro per dire che l'intesa ancora non c'e'. Ne' ci sara' - ha puntualizzato il premier - prima di una decisione collegiale del consiglio dei ministri e di un
dibattito in Parlamento.

Precisazioni che fanno il paio con l'estrema cautela della famiglia di Shalit (mostrato vivo in un filmato, dopo anni di black-out, un paio di mesi fa), ma che rappresentano anche una risposta alle prime polemiche accesesi sul fronte interno a proposito di un accordo che - a credere alle anticipazioni dei media - si preannuncia assai oneroso per Israele: con l'attesa scarcerazione di 1.000-1.500 detenuti palestinesi, 450 dei quali
condannati per gravi fatti di terrorismo e senza escludere nomi storici della lista nera dei 'nemici' dello Stato ebraico.

Nomi fra i quali l'agenzia online Ynet inserisce stasera anche Barghuti: l'ex capo della milizia dei Tanzim - popolare od odiato, a seconda dei punti di vista - che molti, incluso il vecchio generale e attuale ministro dell'Industria israeliano Benyamin Ben Eliezer (laburista), vedono come l'unico leader palestinese in grado di colmare la spaccatura fra Fatah (il partito laico di cui egli stesso fa parte) e gli integralisti di Hamas e di rappresentare un futuro interlocutore negoziale credibile, per quanto ruvido, d'Israele. Ma nel cui profilo altri scorgono piuttosto una minaccia agli equilibri costruiti
attorno al piu' moderato Abu Mazen.

Di accertato d'altronde per ora c'e' poco, al netto dei 'si dice'. Salvo la sensazione chiara di una trattativa ripresa a ritmo accelerato e giunta a uno snodo decisivo, come conferma il trasferimento di molti dei candidati allo scambio in un'unica struttura carceraria israeliana. Domenica il presidente Shimon Peres, reduce dal Cairo, aveva parlato di ''progressi reali''. E ieri nella capitale egiziana e' arrivata una delegazione di Hamas guidata dall'uomo forte di Gaza, Mahmud-Al Zahar. Il gruppo ha visto i mediatori egiziani e oggi vedra' quelli tedeschi: per il momento lascia capire che l'ora X potrebbe essere a un passo, ma definisce ufficialmente ''prematuro'' ogni annuncio.

La tv israeliana, da parte sua, ipotizza che gli ultimi ostacoli possano essere rappresentati dalla sorte di alcuni arabo-israeliani inseriti da Hamas nella lista dei detenuti da scambiare con Shalit. Forse un solo detenuto, rilancia la stampa palestinese, mentre c'e' gia' chi parla di accordo fatto sul
destino dei 'superterroristi' che Israele chiedeva fossero almeno allontanati dai Territori: e che potrebbero finire ora in Siria, Libia, Sudan o magari in alcuni Paesi Ue.(ANSAmed)