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A oltre un anno dall'inizio delle rivolte nel mondo arabo, l'Unione europea tira le somme e ammette i limiti delle politiche attuate finora nei confronti dei Paesi nordafricani. Un sostanziale "mea culpa", pronunciato a più voci in occasione della conferenza presso la rappresentanza della Commissione europea a Roma dall'Istituto Affari Internazionali (IAI) e dai suoi partner internazionali.


Due giorni di incontri e dibattiti per scandagliare il tema ampio e delicato del rapporto tra le due rive del Mediterraneo, articolandolo attorno a tre nodi fondamentali: energia, migrazioni e sicurezza. Quello che emerge dalla prima giornata di lavori è che «l'Ue avverte la necessità che il tema della sicurezza sia centrale nei sui rapporti futuri con il Maghreb». Allo stesso modo, viene ripetutamente evocata la «necessità di ripensare i modelli e i meccanismi attuati finora dall'Europa nel Mediterraneo», soprattutto considerati i cruciali cambiamenti avvenuti nell'ultimo anno e mezzo. I cui frutti, peraltro, sono ancora acerbi.

«Le primavere arabe non sono finite - mette in guardia Peter Frisch, analista politico di Bruxelles, esperto di Maghreb - al contrario siamo nel mezzo del processo di transizione. E dobbiamo essere onesti: allo stato attuale, non siamo in grado di dire dove stia andando il Nord Africa. Sappiamo tuttavia quali sono i problemi principali della regione. Povertà, disoccupazione, diseguaglianze sociali e di genere». I numeri della povertà, in particolare, «sono peggiori di quanto i regimi ci avevano fatto credere finora. Pensiamo alla Tunisia: il 25% della popolazione vive con meno di due dollari al giorno, mentre il dittatore esiliato Ben Alì parlava del 4-5%». In particolare, sugli esiti politici delle primavere arabe tutti gli esperti intervenuti alla conferenza concordano. La democratizzazione del Nord Africa è solo una delle tante possibilità.